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Manifesto


Manifesto del Risorgimento Meridionale
Di fronte alla demolizione delle condizioni di vita delle classi medie, all’esclusione materiale e culturale dei ceti proletari e all’aumento della povertà nell’Italia intera, l’associazione politica-culturale Risorgimento Meridionale per l’Italia (R.M.I.) ritiene che sia giunto il tempo di organizzare una reazione consapevole ed efficace.
R.M.I. propone innanzitutto una diversa rappresentazione del degrado che ci circonda che aiuti a definire una proposta che ponga rimedio alla drammatica lacerazione del tessuto sociale del Paese.
Intorno a noi troviamo solo sconforto, confusione e senso d’impotenza, cui si somma il terrore che un eventuale tentativo di reazione potrebbe solo peggiorare la situazione. Occorre invece abbandonare la paura, il sentimento su cui i pochi beneficiari di tali squilibri fondano potere e ricchezza.
La prima battaglia da vincere è dunque quella contro la paura. Esistono passaggi storici che richiedono scelte coraggiose: il tempo presente è uno di quei momenti.
R.M.I. reputa che la società italiana abbia diritto ad aspirare a una società diversa, una società che si potrà costruire dopo aver sconfitto la complicità tra conservatori e falsi innovatori, entrambi legati alle élite finanziarie europee e mondialiste, che insieme stanno togliendo il futuro ai nostri figli e depredando il nostro Paese.
La proposta di R.M.I., che non ha natura accademica, intende definire un percorso che porti gradualmente al cambiamento radicale dello scenario politico. A tal fine verrà messa a punto un’agenda precisa che modifichi in tempi ravvicinati le condizioni di vita delle fasce deboli del Paese.
L’obiettivo di questo Manifesto non è contrapporre il Sud al Nord, poiché la sofferenza delle classi subalterne non conosce latitudini, ma identificare un percorso a favore di tutti gli italiani sfavoriti, abbandonati, emarginati, ovunque essi si trovino, un percorso che apra la strada allo stesso tempo a un futuro diverso per tutti i cittadini di questo Paese.
Se R.M.I. avrà il sostegno che merita, avanzando con coraggio e chiarezza d’idee, il cammino per far uscire il Paese dall’attuale depressione economica e sociale non sarà un miraggio.
Siamo oggi di fronte al rischio tangibile di una mezzogiornificazione di tutta l’Italia, un destino che le oligarchie finanziarie della cosiddetta Unione Europea (con il sostegno degli assoldati media italiani) rincorrono ogni giorno sul piano istituzionale ed economico, con l’intento di mettere le mani sulla ricchezza dell’Italia, minacciando al contempo il benessere di tutti.
Tali oligarchie si servono della tecnocrazia europea (un sofisticato apparato burocratico a guida tedesca, che gode di privilegi inimmaginabili per poveri del Sud), mentre pianifica di riservare all’Italia lo stesso trattamento che il Piemonte aveva riservato al Meridione un secolo e mezzo fa, attraverso l’asservimento politico e il sistematico depredamento delle sue risorse. Tuttavia, mettendo da parte un tema che sarebbe divisivo tra italiani del Nord e del Sud, non dobbiamo farci distrarre dalle priorità della scena politica odierna.
La nazione italiana – risultato di secoli di interazione linguistica, valori e costumi - deve restare unita, tenendo conto che i popoli sono generati dai processi storici e non da posture utopiche di europeisti immaginari. Questi ultimi del resto, con una condotta da anni improntata alla massimizzazione dei profitti delle élite, hanno distrutto persino l’ideale di un’Europa unita, che entro i limiti delle diversità nazionali e di Stati democratici sovrani, potrebbe un giorno risorgere, a determinate condizioni, sulle ceneri dell’attuale Disunione Europea.
Non si deve poi confondere sovranità con sovranismo, così come nazione è intuitivamente un termine diverso da nazionalismo. Proprio coloro che sostengono le attuali ingiustizie distributive e di potere nell’odierno assetto politico europeo meritano la definizione di sovranisti-nazionalisti (in buona sostanza la Germania e i suoi satelliti), contri i quali R.M.I. intende muovere una battaglia politica e di pensiero. Non dovremmo dimenticare che sono queste élite che ci hanno sottratto persino la libertà di decidere l’utilizzo delle nostre risorse, un diritto per il quale si sono immolati nei secoli milioni di europei (le leggi dell’UE, si ricorda, non sono approvate da un inconsistente Parlamento europeo, ma dalla Commissione e dal Consiglio, vale a dire da funzionari non eletti).
R.M.I. punta poi al recupero e alla promozione della dimensione statuale (lo Stato con la prima lettera in maiuscolo), il solo ambito nel quale possono trovare adeguata tutela i diritti e il benessere dei cittadini.
R.M.I. è consapevole che i rapporti internazionali rimangono fondamentali, e che occorre confrontarsi con il mondo intero. Il punto di partenza, tuttavia, rimane lo Stato, che deve riappropriarsi della sovranità politica e monetaria, senza la quale non gli sarà possibile tutelare gli interessi fondamentali della propria gente, come del resto avviene nella stragrande maggioranza delle nazioni al mondo.
Nel secolo scorso, i termini Patria, Stato o Nazione sono stati abusati dai fascismi di varia estrazione e ne va dunque tenuto conto. È tuttavia evidente che R.M.I. respinge alla radice tali esperienze e ogni abuso lessicale improprio, rifiutando ogni legame con ogni sciovinismo di sorta. Allo stesso tempo R.M.I. respinge fermamente la nozione di vincolo esterno, che oltre a delegare a forze extra-nazionali la tutela degli interessi fondamentali del paese, presuppone l’interiorizzazione del senso di inferiorità degli italiani nei confronti di altri popoli, specie quelli del Nord Europa, esibiti quali esempi ingiustificati di perfezione politica e virtù sociali.
Andrebbe poi restituito al mittente il ricorso a una terminologia umiliante, quale ad esempio Piigs, vale a dire maiali, acronimo che identifica Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, accusati (da chi poi?) di non voler ripagare i propri debiti e non saper gestire le proprie risorse, in realtà perché intrappolati in una gabbia costruita ad hoc dalle stesse élite accusatrici.
Il Manifesto di R.M.I. dunque partendo dalla parte più indigente del Paese, che non è per questo quella meno consapevole, si rivolge in realtà al Paese intero.
Dopo la caduta del Muro di Berlino un intellettuale americano, Francis Fukuyama, affermò che la storia era finita, volendo significare che il confronto tra diverse ideologie si era conclusa con la vittoria del libero mercato e della democrazia politica. Se è vero che il vecchio ordine mondiale fa sentire qualche cigolio, non sappiamo però se uno nuovo stia per nascere o se invece quello vecchio stia camaleonticamente cambiando pelle per preservare lo status quo.


Il piano geopolitico

Una falsa rappresentazione mediatica divide i presunti europeisti dagli antieuropeisti, anch’essi altrettanto improbabili. I primi vengono dipinti dalla grande stampa come genuinamente sensibili alle sofferenze della popolazione, mentre sono in realtà tra i massimi responsabili del disastro europeo (la Commissione, la tecnocrazia europea, i leader dei paesi oppressori). I secondi sono definiti antieuropeisti-populisti (una mescolanza di posizioni diverse), i quali seppure da differenti livelli di responsabilità hanno sposato la politica dell’immobilismo, senza ridurre la povertà e l’umiliazione dei ceti marginali rivitalizzare i servizi sociali ormai in caduta libera o disegnare un futuro diverso per i giovani italiani.
R.M.I. reputa che vi siano oggi le condizioni per una riscossa sociale proprio partendo dal Sud, attraverso una diversa politica economica e un piano nazionale di investimenti infrastrutturali che porti lavoro e benessere, sconfigga la disoccupazione e assicuri servizi sociali adeguati a chi ne ha bisogno.
A questo fine, è presupposto imprescindibile lo smantellamento dell’attuale assetto europeo, vero e proprio tappo che rende inerte ogni progetto di politica economica espansiva, una prospettiva questa alla portata della forza del Paese, se si riuscirà a vincere quella macchina mediatica che diffonde al riguardo notizie terroristiche. La riconquista della sovranità monetaria consentirà di creare o ricreare i servizi sociali e concretizzare un piano di infrastrutturazione strutturale del Sud e investire massicciamente nella ricerca e nelle tecnologie del futuro.
Se lo Stato potrà generare un lavoro stabile per i milioni di disoccupati/sottoccupati, la crescita economica sarà solida, tornerà la speranza nelle aree depresse e si potrà immaginare un Paese che lavorerà con la comunità internazionale a costruire un futuro migliore per tutti.
Alcune condizioni per ottenere tali risultati sono già disponibili nel Paese, altre vanno rafforzate e altre ancora ricostruite da zero: attivare giovani ricercatori, far crescere università e istituzioni di ricerca di qualità, sostenere nicchie industriali d’avanguardia che oggi sono preda facile delle multinazionali straniere, cambiare alla radice un’Amministrazione Pubblica obsoleta con l’innesto di giovani selezionati quale motore di un vero cambiamento, e altro ancora.
La classe politica – transitoria per definizione – deve far crescere la dimensione statuale, essendo lo Stato il baluardo della democrazia e della formazione/distribuzione di ricchezza in una società moderna. Uno Stato efficace deve mantenere una solida e stabile presenza nell’economia a tutela dei settori fondamentali della vita dei cittadini e dei beni pubblici inalienabili.
Questa finta Unione Europea ha spogliato i paesi membri delle loro prerogative fondamentali (basti pensare alla legge di bilancio che, a dispetto dei principi della Costituzione frutto della storia antifascista del nostro Paese, deve ottenere il via libera da organi stranieri e non eletti, Commissione Ue e Banca Centrale Europea, a loro volta pilotate dal Nord Europa) e dove invece del principio di solidarietà e di un’equa distribuzione della ricchezza prodotta, vige la legge della giungla, vale a dire quella del più forte.
R.M.I. ritiene che su questo percorso – per ragioni di massa critica – occorre individuare gli alleati di strada che condividano la priorità fondamentale, vale a dire il recupero della sovranità della moneta, che con i Trattati UE è stata sventuratamente delegata a soggetti stranieri.
Una volta raggiunto tale obiettivo, le scelte di politica economica dovranno privilegiare le aree arretrate del Paese, la creazione di infrastrutture avanzate, forti investimenti in istruzione e nella ricerca a tutti i livelli, a partire dalle aree depresse, per costruire un paese equilibrato nei redditi e nella qualità di vita.
I presunti europeisti sono quelli che hanno seminato inimicizia tra i popoli europei, contrapponendo le false virtù del nord Europa agli sprechi del Sud, e che così facendo hanno soppresso ogni sentimento di autentica appartenenza europea.
È rivelatrice la natura della Banca Centrale Europea (Bce) alla quale è stata delegata la sola competenza di controllare l’inflazione (a tutela dei creditori, vale a dire le fasce sociali più benestanti) invece di far crescere l’economia e ridurre la disoccupazione, principi perseguiti persino dalla sorella americana, la Federal Reserve.
Va detto che anche i cosiddetti sovranisti o populisti hanno creato false promesse, poiché dopo un anno di governo la contrapposizione a un’Europa tiranna si è ridotta a qualche decimale di spesa aggiuntiva, quando le necessità e le possibilità della nostra economia sarebbero ben altre.
Ricordiamo che l’Europa è cresciuta nel secondo dopoguerra (costruzione del welfare state, ampliamento dei diritti del lavoro, difesa del ruolo dello Stato-imprenditore e creazione di un vasto ceto medio), e l’Italia ne è stato uno dei più fulgidi esempi, perché l’iper-liberismo era stato tenuto a bada dalla forza dei lavoratori e dei ceti subalterni, una coscienza questa che R.M.I. intende contribuire a far risorgere.
La Ue nasce su basi esogene, pietra d’angolo di una costruzione che rispondeva all’esigenza di colmare il vuoto apertosi all’indomani della disgregazione del blocco di Varsavia, divenendo negli anni un mostro ibrido guidato da una tecnocrazia asservita al mondialismo iper-liberista. Bruxelles, d’altro canto, costituisce soltanto una delle sedi, importante ma non unica, di questa imponente opera di ingegneria politica al servizio di una globalizzazione bulimica.
In tale contesto, le elezioni europee del maggio 2019 non cambieranno il quadro di fondo, rendendo ancor più urgente una profonda rigenerazione degli obiettivi e delle priorità perseguibili da parte del popolo italiano. Il voto europeo non sarà però ininfluente. Il fatalismo poi non porta mai buoni frutti, poiché i cambiamenti vanno assecondati quando si muovono nella giusta direzione. Tuttavia, se le legittime istanze dei popoli europei erano state sino a ieri soppresse dalle oligarchie del continente (la negazione degli esiti del referendum greco del 2015 da parte della democratica UE rappresenta solo l’esempio più eclatante), tale oblio è reso ogni giorno più difficile dalla maggior consapevolezza che va diffondendosi in tutta Europa.

Che fare?

Lo sguardo di R.M.I. è rivolto innanzitutto agli gli sconfitti della globalizzazione, disoccupati, precari e sotto-salariati, orfani di rappresentanza politica, agli invisibili e ai marginali, agli ininfluenti e agli “atomizzati”.
Dopo la caduta del Muro del Berlino e l’avvio del capitalismo iper-finanziario basato su profitto a tutti i costi e speculazione globale, privo inoltre di ogni aggancio con l’economia reale, si è cominciato ad annullare, depotenziare e paralizzare i successi ottenuti in precedenza dalla classi medie e dai ceti proletari. E’ giunto ora il momento di re-invertire la rotta.
In primo luogo occorrerà lavorare affinché le classi subalterne possano riconoscersi in una battaglia comune. È fondamentale trovare gli strumenti per sconfiggere i detentori del racconto prevalente, quelli che tramite il controllo dei mezzi di comunicazione creano una realtà fatta di invenzioni e falsità. Lo svilimento delle condizioni di vita delle classi medie e proletarie viene ignorato dalla grande stampa. Talvolta il silenzio è più violento di una guerra.
Lo smantellamento dello stato sociale e lo svilimento dei diritti dei lavoratori vengono chiamati riforme strutturali. I poveri sono in crescita, come i disoccupati e i sottoccupati, mentre i precari vivono nell’incertezza, senza possibilità di costruirsi un futuro. Il racconto neoliberista colpevolizza poveri ed esclusi, giudicati incapaci di affrontare adeguatamente la sfida ineluttabile della competizione, mentre l’ascensore sociale è bloccato, e chi nasce povero lo rimarrà nonostante i suoi meriti, e viceversa.
L’ex premier inglese Margareth Thatcher affermava che “non esiste la società, esiste solo l’individuo”. Occorre invece costruire una società solida, creando legami duraturi, materiali e immateriali, all’interno della comunità, limitando il potere del denaro a favore dei beni comuni. La crisi italiana dei partiti storici, che ha raggiunto l’acme nei primi anni ’90, insieme alla crisi di rappresentanza dei sindacati, ha fatto vaporizzare la parte compatta della nostra società, a partire dal lavoro. Questo processo involutivo va arrestato, occorre ripoliticizzare la presenza dell’individuo nella società. Le decisioni da assumere devono sempre tener conto del loro valore politico, non essere assoggettate alle esigenze (o peggio ai vincoli) di natura economica o peggio di mero profitto.
In coerenza con quanto precede, il laboratorio politico/culturale Risorgimento Meridionale per l’Italia favorirà la graduale apertura di sezioni territoriali, che favoriscano una crescente consapevolezza di tali scenari, e in primis della tutela dei legittimi interessi di un popolo oggi abbandonato ai soprusi delle oligarchie dominanti.
Dobbiamo mirare a un nuovo ordine globale che recuperi il ruolo dello Stato nell’arena politica, poiché se lasciassimo fluttuare la nostra sfera politica e i nostri interessi economici nel mare indistinto del cosmopolitismo apolide la battaglia sarebbe persa in partenza, troppo diverso essendo il peso delle due masse critiche. Evitando ogni deriva nazionalistica, come detto sopra, occorrerà puntare a cambiare i rapporti di forza, avendo a mente l’importanza di collegamenti con movimenti similari in altri paesi europei.
R.M.I. rivolge infine un appello agli intellettuali, agli uomini di cultura e a tutti coloro che sono animati dalla passione affinché si uniscano a questo progetto, per costruire un nuovo equilibrio politico tra le classi (anche oltre la frontiera italiana), fondato sulla centralità della persona umana, sulla giustizia sociale, sul lavoro inteso quale centro di vita e diritti garantiti, sulla lotta alle disuguaglianze, alle discriminazione e alla sofferenza degli emarginati.
Occorrerà a tal fine vincere i dogmi di un giornalismo asservito alle oligarchie europee, che tramite la moneta unica crea povertà, disoccupazione e alienazione sociale nella maggioranza della maggioranza dei popoli del continente.
La mano invisibile del mercato che dovrebbe regolare le criticità e risolvere i problemi dell’economia, del lavoro e degli squilibri di ricchezza, è in realtà una mano ben visibile che tutela chi ha, contro chi non ha. Il ruolo dello Stato, di uno Stato diverso, democratico e trasparente, è il caso di ripeterlo, è dunque insostituibile.
Puntando a ripristinare il primato della politica - e quindi della democrazia - sull’economia e la tecnocrazia, R.M.I. intende rappresentare senza ambiguità gli interessi della sempre più affollata categoria dei subalterni, privata sia del necessario per vivere che degli strumenti di partecipazione indispensabili per ribaltare gli attuali rapporti di forza.
Risorgimento Meridionale si rivolge in buona sostanza a tutti coloro, donne e uomini, giovani e adulti, che rivendicano uno spazio per vivere come individui in una società moderna degna di questo nome.
Nessuno ceda allo sconforto o alla paura! Chi combatte per la giustizia e l’eguaglianza potrà essere sconfitto in qualche battaglia, ma sua sarà la vittoria finale. Ogni lunga marcia comincia con un piccolo passo, e l’inizio è ora!

 

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